Emozioni e multidisciplinarità: la visione dell’Arch. Andrea Langhi

Dialogo aperto tra il nostro CEO Norman Cescut e l’Arch. Andrea Langhi.

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Andrea Langhi fa l’architetto e ha partecipato alla creazione di tanti locali che oggi, in una Milano spettrale, restano purtroppo vuoti, in attesa di buone nuove, ansiosi di tornare a riempirsi di vita e del vociare allegro dei clienti.

In 23 anni di attività internazionale, avrò conosciuto centinaia di architetti e designers e, mai come in questo delicato momento, si è generato un naturale dialogo con queste professionalità, non solo perché molti progetti vanno avanti e, anzi, hanno trovato una loro spinta proprio alla luce delle recenti mutazioni (POP’n’Up) ma anche perché il brutto si combatte col bello e continuo a pensare che chi lavora con la bellezza e la creatività possa davvero dare un contributo nei tempi bui.

Ho molte curiosità e penso che Andrea potrà soddisfare alcune.

In che modo credi stia cambiando il ruolo dell’architetto/designer?

Ho cominciato a fare questo lavoro con il pennino a china, il tecnigrafo e il normografo: ne ho vissuti tanti di cambiamenti! Mi sto convincendo sempre di più dell’importanza della multidisciplinarità. Non basta solo specializzarsi in un settore, come nel mio caso, è necessario sforzarsi di vedere la stessa cosa da più punti di vista, anche se ci paiono lontani dalla professione. Per me, ad esempio, è stato di grande ispirazione approfondire i temi della comunicazione e del marketing. Ecco, io penso che il primo ostacolo al superamento di una crisi sia una mente chiusa, focalizzata su ciò che è stato fatto in altri periodi o abbiamo imparato durante la nostra formazione.

Ecco: torna il tema della mentalità e Andrea me lo conferma. Ricordo tutte le volte in cui mi sono dovuto scontrare con committenti poco inclini ad ascoltare e archi-star assai convinte d’avere in tasca le chiavi per il Paradiso, salvo poi progettare senza tenere conto del work-flow che per l’operatore è fattore fondamentale. Estetica e pragmatismo devono andare di pari passo.

Il successo di un locale è da attribuire all’imprenditore, allo staff, al progettista, al consulente o alla location?

Un locale è come un’auto di Formula Uno: ci vuole qualcuno che la progetti, qualcuno che la realizzi, qualcuno che metta a punto le gomme, qualcuno che la guidi. È un lavoro di squadra e il successo dipende dall’equilibrio di queste competenze. Non te ne fai nulla di un bel locale se lo gestisci male, come non te ne fai nulla di una brillante idea creativa se non è orientata al business. In Italia, purtroppo, c’è un individualismo sfrenato che è, allo stesso tempo, un pregio e un difetto. Diventa un pregio quando rappresenta il primo tassello di un rifiuto all’omologazione e una pulsione a cercare nuove strade, ma è molto pericoloso quando sfocia nell’arroganza e nell’incapacità di collaborare con chi potrebbe essere più preparato.

Nel 2004 quando ho iniziato a portare in Italia l’idea della “foodservice consultancy” come uno degli elementi fondamentali di una progettualità integrata, soprattutto per lo sviluppo a rete (franchising o licencing) sono stato guardato con un certo sospetto, come se volessi imporre nella filiera un inutile anello in più, una moda passeggera e superflua proveniente da Oltreoceano.

Oggi, fortunatamente, i clienti di Desita riescono a comprendere il valore di un coordinamento funzionale a tenere insieme tutte le anime di cui Andrea ha parlato. Ma, a proposito di mode…. quale sarà la chiave per far tornare il pubblico nei locali?

Andrea, secondo te ha ancora senso il concetto di storytelling applicato alla ristorazione?

La mia personale definizione di ristorazione è: “un luogo dove si mangia qualcosa e si raccontano storie.” Non è importante solo “cosa” si mangia, ma anche “dove” lo si mangia, “come” e con “chi”. Il cibo è la parte fondamentale dell’esperienza, ma senza un contesto, uno spazio in cui si racconti una storia, rimane fine a se stesso. Quello del “nutrimento” è un concetto molto ampio fatto di sensazioni, emozioni, divertimento e sorpresa. Noi lavoriamo perché un locale offra tutto questo e io credo che le persone continueranno a cercarlo. Già, il “nutrimento” che diventa esperienza e il grande tema del riuscire a preservarla anche in un consumo casalingo, che sembrerebbe spuntare le armi dell’estetica e dell’atmosfera. Ma sarà davvero così?

The Fisher, Milano – Arch. Andrea Langhi

Il delivery sembra sia diventato un mezzo indispensabile per fidelizzare il consumatore e riportarlo al ristorante prima possibile. Tu cosa ne pensi?

Lo vedo come un business parallelo al ristorante, non alternativo. Certo, può essere svolto in modo complementare e, in questo periodo, rappresenta probabilmente l’unico modo per sopravvivere, ma non è per questo che nascono i ristoranti e, anche se stiamo lavorando anche su dark e ghost kitchen, cerco di non perdere il faro-guida della mia professione.

E qual è il faro-guida, Andrea?

Che non progetto locali, progetto emozioni. E penso che anche un’ordinazione via Internet o telefono dovrebbe procurarti una sensazione appagante, altrimenti è solo gastronomia.

Impossibile darti torto caro Andrea. Anche nei nostri progetti tra delivery, dark kitchen, nuovi prodotti e tecnologie innovative cerchiamo sempre di mettere l’essere umano al centro, partendo dallo staff, che è il vero “utilizzatore” del locale. Le emozioni, le sensazioni e le esperienze, alla luce del periodo che stiamo vivendo, dovranno essere sempre più multisensoriali.

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