Per la Direttrice di Mark Up, Cristina Lazzati, la passione vince tutti i pregiudizi.


dicembre 13

Chi è Cristina Lazzati, qual è stato il tuo percorso e di cosa ti occupi esattamente?

Donna, mamma e professionista in questo ordine (almeno mi piacerebbe … non sempre ci riesco). Laureata in Bocconi qualche decennio fa, mi sono trasferita a New York dove ho vissuto per dieci anni ed è lì che ho iniziato a lavorare, giornalista freelance con una passione per il cinema. Ho collaborato con Elle e con L’Espresso, con Italia Oggi e La Gazzetta del Mezzogiorno. Poi tornata in Italia ho ricominciato da capo, praticante a Gdoweek, un settimanale di retail, dove scrivevo di marketing, poi la passione per il retail e la carriera professionale fino a diventarne Direttore nel 2008, nel tempo si è aggiunto Mark Up, marketing e innovazione (di pensiero) e negli ultimi due anni anche un magazine in inglese dedicato al food made in Italy, Italian Food Excellence, Fresh Point magazine, retail e ortofrutta. Faccio il direttore più o meno da dieci anni e nel tempo ho imparato a chiamarmi Direttrice (Direttora non mi piace). Mi piace pensare che il mio lavoro abbia una funzione sociale oltre che economica: mettere in luce ciò che accadrà, ascoltare i segnali deboli e tradurli in visioni del futuro, parlare di realtà buone e giuste, ecco perché negli ultimi anni con Mark up porto avanti una serie di interviste #alfemminile in cui racconto storie di donne di successo che occupano i primi livelli nelle imprese, perché siano da stimolo e da esempio per le giovani generazioni e per quelle imprese in cui ancora oggi la diversità è guardata con diffidenza.

Quali sono le principali competenze/abilità – relazionali e tecniche – che una professionista dovrebbe acquisire per ricoprire il tuo ruolo?

Una grande capacità d’ascolto, curiosità per tutto ciò che è nuovo, visione trasversale, propensione al cambiamento e, soprattutto, la valorizzazione del tuo team: tutti i miei colleghi ne sanno più di me nei loro ambiti di specializzazione e questo è fondamentale. Inoltre, per chi lavora, come noi, nell’editoria professionale non basta avere una buona penna e idee, bisogna anche conoscere molto bene ciò di cui si scrive, il nostro è un giornalismo “consulenziale”. 

Il fatto di essere donna ha inciso sul suo percorso di carriera? Se sì, in che modo?

Alle donne si chiede sempre il doppio ma in realtà lo sai da subito, e quindi sei allenata a dare sempre il massimo e questo nei primi step è premiante: produci di più, meglio, sei entusiasta, non guardi mai l’orologio e ti piace fare bene le cose a prescindere. Poi la piramide si stringe e lì senti che essere una donna è un limite: se ti arrabbi sei isterica, se sei impassibile sei fredda e distaccata, se sorridi stai facendo la carina, se stai seria hai probabilmente una settimana no … l’interpretazione è sempre legata a fattori personali, per un uomo è diverso. E lì capisci che l’unico modo per continuare è credere in quello che fai, amarlo e farlo con passione. La passione vince tutti i pregiudizi.

Che cos’è per te il “Successo”?

Non me lo sono mai chiesta, viene da sè.

Qual è l’aspetto più interessante della tua attività?

Le persone: il retail (come il giornalismo) è fatto di persone, di incontri, di storie di vita e di lavoro da raccontare. Ogni persona è un libro, ogni storia professionale di cui scriviamo mi insegna qualcosa, ogni scambio di idee è una crescita. 

Come valuti il livello di preparazione degli imprenditori e dei professionisti nel segmento di mercato che stai frequentando attualmente?

Viviamo in un’epoca in cui c’è uno scontro continuo tra nuovo e antico e mi capita di incontrare entrambi, imprenditori illuminati che non hanno paura del futuro, e altri spaventati che trasformano il loro sapere fare antico e da tesaurizzare in obsolescenza. Tanti cambi generazionali in atto, tra imprenditori e management non c’è grande differenza, il successo c’è quando la generazione dei Millenials “incontra” quella dei Baby Boomers, invece di scontrarsi. Poi sono ancora troppe le aziende che indossano tutte lo stesso “vestito”, troppa poca diversity: come è possibile innovare, quando tutti la pensano allo stesso modo? Quando tutti hanno gli stessi codici culturali e generazionali?

Se avessi la bacchetta magica cosa cambieresti del tessuto imprenditoriale italiano?

Mi piacerebbe infondere più spirito di collaborazione tra imprese, più capacità di fare gruppo, di lavorare insieme; siamo il paese dei campanili ma è tempo di cambiare, per diventare finalmente una nazione forte e fiera della propria capacità produttiva. Impossibile se non lo si fa insieme.

Quali sono i suoi prossimi obiettivi?

Rendere l’Area marketing&retail, composta dalle quattro riviste che dirigo, sempre più simile ad una piattaforma per l’innovazione di marketing e retail, sostenere i temi della diversity e dell’inclusione quale propellenti per il cambiamento manageriale e di cultura d’impresa.   

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