Capire, connettere, creare: intervista a Giustina Li Gobbi di TUTTOFOOD


maggio 7

Entriamo ogni giorno in contatto col concetto di food: ci vengono subito in mente appassionati di cibo – i foodies – blogger e siti dedicati, chef che ormai sono delle celebrità, locali e ricette da provare, mentre il termine foodservice è un po’ meno familiare per i non addetti ai lavori.

Si tratta di quella filiera economico-produttiva che riguarda la ristorazione non solo in senso alimentare, ma come contesto più ampio: dalle attrezzature alle normative, dai macchinari al marketing, dalla brand identity al servizio, dalle strategie di delivery ai processi di internazionalizzazione.

Il progetto women in foodservice” intende raccontare la professione, i percorsi, i pensieri delle imprenditrici, le manager, le PR e le esperte in comunicazione che contribuiscono in modo determinante al successo di questo mercato in continua evoluzione

Giustina Li Gobbi, Exhibition Director di TUTTOFOOD, ci ha regalato il suo punto di vista.

In cosa consiste esattamente il suo lavoro?

Un Exhibition Director è orientato alla creazione e gestione di una community all’interno della quale sono presenti i principali stakeholder del settore. Questo permette un confronto quotidiano volto a capire l’evoluzione del mercato in tutte le sue forme. In un mondo in continua evoluzione che porta ad un costante moltiplicarsi di forme di promozione, comunicazione e incontro oggi a disposizione delle aziende, nasce la necessità di caratterizzare e ottimizzare la presenza dell’espositore in Fiera fornendo soluzioni innovative e garantendo un qualificato e consistente numero di visitatori. L’Exhibition Director diventa, quindi, un conoscitore non solo del sistema fieristico, ma anche del mercato delle fiere che coordina e degli strumenti di comunicazione e vendita.

Un direttore di manifestazione è come un direttore d’orchestra che deve coordinare tanti strumenti diversi – nel nostro caso, dal marketing al commerciale, dalla comunicazione alla logistica – assicurandosi che ognuno “entri” al momento giusto affinché il risultato finale sia armonico. Per fortuna posso contare su un team molto professionale e dedicato e, sicuramente, anche essere donna aiuta: noi donne siamo naturalmente più portate al multitasking e abbiamo anche un atteggiamento più “conciliante” nella gestione delle relazioni, cosa che aiuta molto in un ambiente effervescente come quello di una fiera.

Cosa l’ha spinta verso la sfida TUTTOFOOD?

Sono cresciuta all’interno di Fiera Milano, una società che punta molto sul change management e la valorizzazione delle risorse interne, che nel mio caso hanno portato alla direzione di una delle più importanti manifestazioni di proprietà e direttamente organizzate. Occuparmi di una fiera dedicata a importanti filiere lifestyle come quelle del cibo, in cui l’Italia è un riferimento mondiale, è per me una grande soddisfazione, dato che mi dedico anche allo sviluppo della rete internazionale di agenti, e l’internazionalità è un po’ il mio pane quotidiano.

Qual è l’aspetto più interessante di questa attività e quale il più problematico?

Gli aspetti interessanti sono tantissimi. La missione di TUTTOFOOD è far dialogare le grandi aziende italiane e internazionali con le realtà medio-piccole d’eccellenza dei territori, in Italia e all’estero, per una crescita sostenibile e condivisaOgni giorno c’è l’opportunità di imparare qualcosa di nuovo: ad esempio, grazie alle molte partnership che abbiamo siglato con importanti associazioni, enti e società di ricerca ho scoperto dei risvolti scientifici, storici, economici del cibo che prima non conoscevo. Le problematiche, invece, sono legate essenzialmente agli inconvenienti logistici o alle tempistiche molto strette, ma niente che non si possa risolvere coniugando la nostra organizzazione con un po’ di sana adrenalina.

In che modo il cambiamento degli stili di vita sta influenzando il rapporto col cibo?

Moltissimo. È un cambiamento che non riguarda solo l’agroalimentare, ma il consumo in generale: oggi le persone non comprano più prodotti o servizi, ma esperienze, e vogliono che queste siano in linea con lo stile di vita che desiderano. Questo vale a maggior ragione per un “prodotto” ancora più carico di significati simbolici, storico-culturali e anche emotivi come il cibo. L’offerta è sempre più diversificata e personalizzata e questo spiega come mai vediamo convivere tendenze apparentemente opposte come il salutismo accanto alla spettacolarizzazione delle ricette gourmand. Senza contare lo sviluppo di linee senza lattosio o senza glutine insieme alle spinte etiche e salutistiche che fanno crescere il vegetariano e il vegano.

Una giornata di studi che abbiamo promosso con il Consorzio Netcomm ha evidenziato una chiara differenza generazionale: i millennial e la Generazione Z vedono il cibo in modo più funzionale per la salute, il benessere e anche l’estetica, mentre le generazioni più adulte lo vivono soprattutto come un’occasione di convivialità, un momento per ritrovarsi con la famiglia o con gli amici in mezzo ad agende sempre più affollate. Fattori comuni a tutti sono una crescente ricerca della qualità, dell’autenticità e della naturalità: si affiancano al bio scelte ancora più radicali come la biodinamica.

Quali sono le aree di miglioramento del sistema-Italia dal punto di vista imprenditoriale rispetto agli altri Paesi?

Negli ultimi anni il settore agroalimentare italiano ha compiuto grandissimi progressi. Siamo ancora all’inseguimento dei principali competitor come Germania e Francia, ma ci avviciniamo alla soglia storica dei 50 miliardi di export, secondo le stime Nomisma Agrifood Monitor. È interessante notare che a trainare le esportazioni sono soprattutto i prodotti di qualità e che cresce il peso dei mercati extraeuropei, come Russia e Cina.

Come anche in altri settori, la principale area di miglioramento della nostra industria agroalimentare è la dimensione ridotta delle imprese che, se da un lato, permette maggiore flessibilità, dall’altro limita la capacità di fare investimenti o ricerca e di proiettarsi all’estero.

Un altro punto da migliorare è il cosiddetto “ultimo miglio”, cioè l’arrivo del prodotto al cliente finale tramite la grande distribuzione e il retail. Mentre francesi e tedeschi diffondono i loro prodotti attraverso catene presenti in tanti Paesi, noi italiani non possiamo contare su molti brand diffusi all’estero. Per questo negli ultimi anni abbiamo puntato molto sul coinvolgimento del retail e della GDO in manifestazione: nell’ultima edizione abbiamo ospitato la firma di un accordo tra ITA e Walmart, la più grande catena di supermercati al mondo, che distribuirà nei suoi store negli USA prodotti di piccole e medie aziende italiane d’eccellenza con un brand dedicato, contribuendo così a diffondere la cultura del cibo di qualità anche nel mass-market.

Quali caratteristiche deve possedere un buyer per fare un buon lavoro in Italia?

Per essere efficace e di successo un buyer deve innanzitutto disporre di una giusta capacità di spesa rispetto al target e alle tipologie di prodotti che si desidera proporre.

Il know-how, inoltre, è estremamente importante, specie in uno scenario di mercato dinamico come quello che ho descritto prima: nel 2018 tornerà l’alleanza con Seeds&Chips, il Food Innovation Forum dedicato all’applicazione delle tecnologie di punta nell’agroalimentare e vedrà la presenza dell’ex Segretario di Stato americano John Kerry.

Un ulteriore aspetto fondamentale per i buyer è il concept dei punti vendita attraverso i quali vuole proporre i prodotti: se, come abbiamo visto, il consumatore “compra esperienze”, anche l’esperienza di acquisto deve essere in linea con le sue aspettative e coerente con la qualità del prodotto. Questo vale a maggior ragione per i prodotti del Made in Italy, che per loro natura si collocano nella fascia medio-alta.

Cosa suggerirebbe a una professionista che volesse intraprendere un percorso simile al suo?

Ogni persona ha la propria storia, unica e irripetibile, e non penso che esista una ricetta uguale per tutti. Potrei limitarmi a qualche consiglio basato sulla mia, di storia personale: tanto lavoro sul campo e disponibilità a mettersi sempre in gioco, passione per il proprio lavoro e impegno a vedere alla fine un risultato “bello e ben fatto”, proprio come i prodotti che nel mondo ci rendono orgogliosi di essere italiani.

Essere donna non mi ha favorito, ma nemmeno ostacolato, nel raggiungere il ruolo di Director. E di questo devo rendere merito alla mia azienda, che ha valutato innanzitutto il percorso professionale. Vorrei, quindi, dire alle donne di non rinunciare mai alle loro aspirazioni, perché raggiungere nuovi traguardi è sempre possibile.

Qualcosa che le piacerebbe aggiungere a questa chiacchierata?

Mi piacerebbe dire due parole sugli sviluppi più recenti di TUTTOFOOD che si sta trasformando sempre più da momento espositivo biennale a punto di riferimento per la cultura food attivo tutto l’anno, sia nel supportare le aziende nel loro business, sia nel favorire l’incontro col consumatore finale.

In particolare vorrei segnalare Milano Food City, la settimana del cibo di qualità che si presenta con un ricco calendario di eventi all’insegna del gusto e della cultura alimentare e di cui TUTTOFOOD è stato l’originario ispiratore trovando subito sintonia con le istituzioni quali Regione Lombardia, Comune di Milano e Camera di Commercio, oltre a Fondazione Giangiacomo Feltrinelli e Fondazione Umberto Veronesi.

TUTTOFOOD è sponsor ufficiale del DESITA AWARD – Pizza & Gelato Experience

 

 

DESITA è specializzata nella creazione e sviluppo di food & retail business a livello internazionale dal 2004, affiancando gli imprenditori nel loro percorso di crescita.


 

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