Starbucks già pronto a entrarci in casa


marzo 29
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Tutti a preoccuparsi dell’arrivo di Starbucks in Italia e delle palme in piazza a Milano.

Prima è stato il turno di Domino’s pizza.

In futuro, il timore dipenderà, forse, dai locali robotizzati.

Il nuovo spaventa e la concorrenza non è mai una bella notizia per le attività che non hanno molti strumenti per combatterla.

Tuttavia, il nodo della questione mi sembra altrove, in particolare nella scarsa propensione, tutta nostrana, a fare squadra e a puntare sulla ricerca di soluzioni veramente innovative.

Cosa succederà quando Starbucks posizionerà i suoi distributori direttamente nell’androne del nostro palazzo?

Ebbene sì: ne ho già vista una versione nella hall di un grande hotel durante un recente viaggio.

E ho visto coi miei occhi manager di tutto il mondo scendere dalla loro stanza, prendere il loro caffè Starbucks e portarselo al loro meeting, senza neanche passare dal bar.

Fermo restando che l’italica colazione al bar racchiude una dimensione rituale, nutrizionale e sociale difficile da mettere in crisi, è impossibile chiudere gli occhi e non farsi qualche domanda.

Finché si compete sullo stesso terreno (apro un locale e vendo caffè) è un conto, ma quando il modello di business cambia totalmente?

Immaginiamo un distributore Starbucks vicino al nostro ascensore: anche qualora non ne vendessero neanche un bicchiere, l’impatto dal punto di vista del marketing sarebbe fortissimo e, un giorno dopo l’altro, anche la signora non proprio informata sulle ultime mode in fatto di caffè prenderebbe coscienza dell’esistenza e della proposta del brand.

E sappiamo tutti quanto diventiamo influenzabili osservando in continuazione un certo prodotto, magari consumato da altri: lo desideriamo anche se non ci convince.

La questione è semplice: non si combattono le grandi multinazionali restando ancorati ad un modo di lavorare provinciale, ripetitivo e chiuso, trincerandosi dietro il classico: “sì, ma il nostro caffè è più buono”.

Starbucks non vende un caffè, vende un mondo fatto di accoglienza, servizi e comodità pensati per andare incontro al consumatore che evolve, che è iperconnesso, che vuole rinnovare il proprio stile, comunicandolo al mondo.

Se, alla qualità del prodotto italiano, facesse seguito una visione manageriale del futuro più completa, lungimirante e possibilista, in linea con i tempi, le nostre opportunità di esportare modelli (invece che subirli) sarebbe molto più concreta.

 

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