Le cucine del futuro saranno piene di app(arecchiature)


novembre 28

Non ci riferiamo a qualche bot che ti consenta l’ordinazione dentro il famigerato Messenger di Facebook, né agli schermi recentemente piazzati in alcuni McDonald’s per il servizio al tavolo.

La faccenda può essere ben più complessa, di minore portata ludica, forse, ma di estrema utilità.

Sì, perché l’innovazione tecnologica potrebbe servire a garantirci un consumo più consapevole: conoscere meglio ciò che mangiamo, ma anche cosa e come dovremmo mangiare.

Nel suo articolo The future of food – the food of the future, Bertalan Meskò, esperto di genetica, ci ricorda che «non abbiamo davvero idea di cosa compriamo al supermercato».

Aldilà delle liste degli ingredienti (alcune estremamente generiche) e delle indicazioni su calorie, carboidrati e grassi, non siamo in grado di risalire a qualità delle zone di produzione, modalità di allevamento o confezionamento, né altre proprietà del prodotto (quelle “reali”, non quelle urlate dalla comunicazione pubblicitaria).

Non sappiamo se il nostro pasto sarà digeribile per lo stomaco o se, semplicemente, ci stiamo lentamente avvelenando, (secondo alcune statistiche europee, circa 250 mila persone soffrono di allergie e intolleranze alimentari delle quali non sono neanche al corrente).

Non stupisce, quindi, che alcune aziende stiano lavorando da tempo al cosiddetto “bio scanner”: un marchingegno portatile in grado di informarci sugli ingredienti e sui macronutrienti presenti nel nostro piatto. Il bio scanner potrà dirci quanto zucchero c’è in un pezzo di frutta o quanto alcol nella bevanda che stiamo per sorseggiare.

Maniacale, forse. Ma mettiamoci nei panni di chi ha qualche problema di salute o di chi ha deciso di abbracciare uno stile di vita sano e impeccabile.

Alcune versioni di bio scanner, attraverso sensori ottici e, naturalmente, gli immancabili algoritmi, rileveranno la presenza di tossine dannose come pesticidi o antibiotici e, grazie ai sensori per la rilevazione del glutine, potremo ottenere un responso in soli due minuti, esaminando una minima porzione di cibo.

Nessuna mensa scolastica potrebbe più farne a meno!

Naturalmente queste startup devono ancora risolvere problemi relativi alle dimensioni delle apparecchiature (gli ingegneri saranno in grado di mantenere l’efficacia dell’analisi riducendo il formato?), e alla precisione degli algoritmi.

Tuttavia, un ristorante stellato potrebbe fornirle al cliente, su richiesta, e offrirgli così un’esperienza culinaria e di servizio senza precedenti, ben oltre la tabella degli allergeni.

Ma c’è dell’altro.

Sappiamo che si dovrebbe prestare attenzione al proprio corpo e alle sue richieste: mangiare quando si ha fame, fermarsi quando si è sazi, (a riuscirci, potrebbe dire qualcuno). Ma se volessimo ottenere un’indicazione scientifica più precisa e, quindi, più “motivante”?

La soluzione potrebbe venire dalla nutrigenomica: «branca della medicina molecolare che studia i rapporti tra alimentazione, malattie e corredo genetico individuale» (Wikipedia). L’idea alla base di questa filosofia è che ognuno di noi abbia esigenze alimentari troppo specifiche per affidarsi a qualche dieta standard o, peggio, ai consigli dei settimanali. E le informazioni sui nostri reali bisogni nutrizionali sono, appunto, contenute nel genoma. Dopo aver mappato il proprio DNA, (recandosi in un laboratorio o usufruendo di un apposito kit casalingo), sarà sufficiente inserire i dati dentro un’applicazione dello smartphone e ottenere, così, costanti istruzioni sugli alimenti da ingerire e quelli da evitare.

La startup che sta sviluppando il progetto, sita in California, ambisce alla totale personalizzazione della dieta per ogni cittadino, con buona pace dei nutrizionisti delle star.

E se il problema non venisse dal cibo o dalle cotture, ma da scorrette abitudini?

Un aiuto potrebbe arrivare dagli utensili intelligenti.

Hapifork, ad esempio, è una forchetta già in commercio, un vero e proprio “coach” che ci insegna a mangiare più lentamente e a gustare le pietanze, riducendo il rischio di cattiva digestione, ma anche di aumento di peso. Alleata preziosa nell’ambito di un programma di allenamento o nella gestione dell’obesità.

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Pensiamo, poi, agli anziani o ai malati di Parkinson: solo sollevare una posata può diventare un’impresa, ma perché mai dovrebbero privarsi del piacere di una bella cena fuori con la famiglia? A questo hanno pensato i produttori di Liftware: posate con stabilizzatore di tremolii in grado di ridurre di circa il 70% l’oscillazione della mano.

Se non siete già stanchi di questa spremuta d’avanguardia, ricordiamo anche l’utilizzo delle stampanti 3D per la creazione di piatti gourmet o dei coni gelato (anche una partecipante al DESITA GELATO AWARD ne aveva proposta una).

«Immaginate la cucina del futuro…» dice Meskò «La mamma usa un coltello intelligente per tagliare le carote, il bambino utilizza un sensore per sapere se il pane davanti a sé contiene glutine. La famiglia possiede una stampante 3D per creare la pizza ai quattro formaggi amata dal papà e, cosa più importante, stanno preparando un pasto insieme».

Il vero punto è che la tecnologia non deve sostituire la componente creativa, naturale e sociale del mangiare, ma risolvere problemi specifici, anche su larga scala, e aiutarci a tenere sotto controllo i cambiamenti che, inevitabilmente, gli alimenti (e la nostra salute) stanno subendo a causa delle mutazioni del pianeta.

 

 

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